Tortura. Dopo il G8 di Genova voci da ascoltare

Pubblichiamo di seguito un altro interessante contributo redatto da Ilaria Bracaglia, altra vincitrice del Premio di laurea Acat contro tortura e pena di morte di quest’anno. In questo caso si parla di Italia e delle torture commesse durante il G8 di Genova 2001
 
Durante la fase di ricerca per la stesura della mia tesi di Laurea (Genova: obbedir tacendo, reagir narrando. Reazioni tattiche multimediali) mi sono imbattuta – tra gli altri – nel saggio Antropologia della violenza curato dall’antropologo Fabio Dei.
Una delle sue riflessioni (contenuta nell’introduzione Descrivere, interpretare, testimoniare la violenza) ha ispirato in modo particolare la metodologia di indagine e di scrittura della tesi, e continua ad accompagnarmi ancora oggi nella stesura di questo articolo: “Ci si chiede allora se la trasparenza etnografica sia un atteggiamento moralmente legittimo di fronte alla sofferenza, e se l’indignazione militante non possa troppo facilmente trapassare in morbosità […] Una possibile via d’uscita dall’ambiguità può consistere in un’etnografia centrata attorno alle voci dirette dei testimoni, in grado di aggirare […] i rischi di effetti estetizzanti e voyeuristici”
 
Fin dal 2001 le vittime delle torture commesse durante la repressione delle proste nel corso del summit del G8 di Genova hanno manifestato una chiara volontà di prendere la parola: costituendosi in un Comitato, realizzando documenti (film documentari, libri, articoli, un sito web: www.veritagiustizia.it) ed eventi commemorativi, fino a diventare promotori dell’introduzione di una legge che sanzioni il reato di tortura in Italia. Hanno fatto anche di più: nel momento in cui sono stati proposti possibili disegni di legge, li hanno discussi, commentati, attivamente sottoposti a vaglio critico. 
 
Esempi di queste attività, di questi continui atti di parola, sono i numerosi articoli pubblicati sul sito precedentemente citato all’interno della sezione Comunicati Stampa, così come gli articoli pubblicati dal giornalista Lorenzo Guadagnucci (membro dell’ex Comitato Verità e Giustizia per Genova) sulla rivista mensile Altreconomia e sul suo blog http://lorenzoguadagnucci.wordpress.com.
Attraverso questi atti di parola, i membri dell’ex Comitato hanno lasciato emergere i punti deboli di alcune proposte di legge, verificandole attraverso le lenti delle proprie esperienze personali. 
 
Il risultato è estremamente interessante, a mio parere. 
Ad esempio in uno dei suoi articoli (Tortura, se è così meglio nessuna legge del 29/04/2014 ) Lorenzo Guadagnucci scrive: “Ci sono almeno tre riforme essenziali che scaturiscono dall’esperienza genovese […]. La prima: una legge ad hoc sulla tortura. La seconda, una rivoluzione nei criteri di formazione degli agenti e nei rapporti tra le forze dell’ordine e la società civile. Terza, l’obbligo per gli agenti in servizio di ordine pubblico di avere codici identificativi sulle divise” e aggiunge: “La tortura non può essere un reato comune, se vogliamo che questa riforma sia uno strumento di ricostruzione di un’etica democratica all’interno delle forze dell’ordine”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                
La legge italiana sul reato di tortura non ha visto la luce nemmeno nel 2015, staremo a vedere (magari agentivamente) cosa accadrà l’anno venturo. Vorrei prendere spunto, però, dalle riflessioni di Lorenzo Guadagnucci per una rapida considerazione conclusiva. 
L’assenza di una legge non impedisce di dedicare attenzione alla formazione delle forze dell’ordine italiane: così come le modalità di azione delle vittime (ciò che nella tesi ho indagato attraverso la definizione di agency tattica, ripresa da Beneduce 2008, De Certeau 1980, Kockelman 2007) si caratterizzano come soggettive e creative “modalità d’uso” (cfr Michel De Certeau L’invenzione del quotidiano 1980), ugualmente i membri delle forze dell’ordine potrebbero usare tatticamente il proprio ruolo per introdurre e avviare (anch’essi attraverso la concretezza delle pratiche quotidiane, cfr ancora una volta De Certeau 1980) il processo di rinnovamento auspicato da Guadagnucci e dal Comitato Verità e Giustizia per Genova.
 
Restituire voce e autorialità alle vittime di tortura – o meglio riconoscerne e ascoltarne le voci – è, a mio parere, un tassello fondamentale per il loro riassorbimento all’interno del tessuto sociale, per il superamento del trauma che sia la vittima diretta sia il gruppo sociale di appartenenza hanno subito.
Nel greco antico ci sono due verbi traducibili con l’italiano sapere, uno dei due è oida: so perchè ho visto. 
Le vittime di tortura sanno, perchè hanno visto. Pare che sia buona norma ascoltare i sapienti.