Novembre 2017: Iran-Ruanda

IRAN: Condanna a morte di AHMADREZA DJALALI
Ahmadreza Djalali, ricercatore iraniano residente in Svezia, è stato condannato a morte per ” corruzione sulla terra” (efsad-e fel-arz) dopo un processo iniquo. La  condanna si basa su confessioni estorte sotto tortura mentre era in cella di isolamento nella prigione di Evin a Teheran, senza assistenza legale e familiare. La sezione 15 della Corte Rivoluzionaria di Teheran lo ha condannato a morte e al pagamento di 200.000 euro di multa affermando che Djalali era una spia al servizio di Israele nel 2000, accusa, secondo uno dei suoi legali, non suffragata da alcuna prova. Il giudice non ha fornito una copia del verdetto e ha convocato uno degli avvocati il 21 ottobre scorso per leggere il verdetto in tribunale.
 
Ahmadreza Djalali, docente e ricercatore in medicina dei disastri e assistenza umanitaria, ha insegnato nelle università di Belgio, Italia (Novara) e Svezia presso il Karolinska Institute dove aveva un dottorato di ricerca. È stato arrestato dai funzionari del Ministero dell’Intelligence nell’aprile del 2016 mentre era in viaggio in Iran per tenere dei seminari. È stato tenuto in una località sconosciuta per una settimana prima di essere trasferito alla sezione  209 della prigione di Evin a Teheran, dove è  stato tenuto per tre mesi in isolamento senza poter conferire con un avvocato. Nel dicembre 2016, le autorità iraniane hanno fatto forti  pressioni su di lui affinché firmasse una dichiarazione in cui “confessava” di essere una spia al servizio di un governo “ostile”.

Al suo rifiuto, è stato accusato di “atti ostili contro Dio”, accusa che comporta la pena di morte. Dopo uno sciopero della fame che ha seriamente compromesso la sua salute, è stato costretto a fare “confessioni” davanti a una videocamera leggendo alcune dichiarazioni preconfezionate. Ha denunciato forti pressioni, maltrattamenti e tortura, incluse minacce di morte nei confronti dei suoi figli che vivono in Svezia e dell’anziana madre che vive in Iran, per indurlo a confessare di essere una spia. Djalali nega decisamente tali accuse, anzi afferma che sono state fabbricate dalle autorità iraniane che nel 2014 gli avevano chiesto di collaborare con loro per identificare e raccogliere informazioni provenienti dagli Stati dell’Ue. Alla sua risposta negativa “sono uno scienziato, non una spia” è scattata la trappola. Il 24 ottobre 2017, il procuratore generale di Teheran ha detto in conferenza stampa che “l’imputato aveva tenuto diversi incontri con l’agenzia di intelligence israeliana Mossad e che forniva loro informazioni sensibili su siti militari e nucleari iraniani in cambio di soldi e della residenza in Svezia”.
 

ACAT Italia era già intervenuta in suo favore nel febbraio scorso e adesso si unisce alla mobilitazione internazionale chiedendo la sospensione della pena di morte. Chi vuole può firmare la petizione online di Amnesty su Change.org
 
RUANDA: Condanna a 15 anni di VICTOIRE per motivi politici
Victoire Ingabire, 49 anni, presidente delle Forze democratiche unificate-Inkingi (FDU-Inkingi), marcisce in prigione dall’ottobre 2010. Sulla base di confessioni estorte sotto  tortura, è stata condannata nel dicembre 2013 a 15 anni di carcere dalla Corte suprema. La sua domanda d’appello – rigettata – dovrebbe essere accettata e permettere una procedura conforme al diritto. 
Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto sull’uso della tortura in Ruanda, dove vengono documentati molti casi di tortura di prigionieri a cui i servizi avevano chiesto di accusare Victoire Ingabire di complicità con le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (FDLR), un gruppo ribelle armato ruandese attivo nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC).
 
Nel corso dei due processi di Victoire Ingabire, nell’ottobre 2012 e dicembre 2013, sono state denunciate gravi irregolarità da molte organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani. 
In nessun momento, fra il 2012 e il 2013, la giustizia ruandese ha messo in discussione le testimonianze dell’accusa o iniziato una inchiesta sulle  denunce  di torture nei confronti di molti testimoni. 
 
Alla luce di queste nuove rivelazioni di HRW è venuto il momento che le istituzioni politiche europee, come è stato richiesto dal Parlamento europeo in una risoluzione dell’ottobre 2016, si mobilitino su questa situazione. La giustizia ruandese deve dar prova d’indipendenza e l’appello di Victoire Ingabire rigettato deve essere esaminato in conformità al diritto. 
Il Ruanda è un paese che sta arretrando nel campo dei diritti civili e politici ed è evidente la dipendenza del sistema giudiziario ruandese nei casi politici.
 
Condannata per aver osato presentarsi alle elezioni presidenziali del 2010 dato che il suo partito FDU-Inkingi non è riconosciuto dalle autorità, Victoire Ingabire è stata arrestata nell’ottobre 2010, accusata di aver voluto formare una alleanza con le FDLR.  Nell’ottobre 2012, la Alta Corte di Kigali l’ha  condannata a 8 anni di prigione. Nel dicembre 2013, la Corte suprema di Kigali l’ha condannata a 15 anni di prigione per « cospirazione contro le autorità, terrorismo e guerra », « minimizzazione del genocidio » e « propagazione di voci con l’intenzione d’incitare il pubblico alla violenza ». I membri del suo partito politico sono regolarmente perseguitati e arrestati, in particolare se osano andare a visitare in prigione Victoire Ingabire. 
Nel 2015, Victoire Ingabire ha presentato un appello alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (CADHP), accusando il governo ruandese di schernire i suoi diritti. Per non dover rispondere alla CADHP, il Ruanda ha  semplicemente ritirato il 26 febbraio 2016 – pochi giorni prima  dell’udienza davanti alla CADHP – la sua dichiarazione di accettare la competenza della Corte africana su questioni esposte direttamente dai cittadini.